Letture evento 10 Maggio

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OLTRE LE BESTEMMIE E LE PREGHIERE
Alle croci nel cuore, ai paesi straziati……
E’ difficile per me oggi scrivere. Scrivere dei risvegli improvvisi, dello smarrimento, del buio, della mia terra impazzita e lacerata, di tutti quelli che popolavano ogni angolo di questa regione variegata dai mille paesaggi e dai mille dialetti.

Tutto all’improvviso non è più come prima.
Ho raccolto i frammenti di molti di quelli che erano lì, che hanno scavato con le mani, rischiato la vita, affaticato il loro corpo e lesionato la loro anima per sempre.
Difficile dimenticare gli occhi, lo sgomento, lo shock, i silenzi, i lamenti disperati di quelli che, nel loro cammino di soccorritori, si sono confrontati con l’orrore e lo strazio.
La paura, questa volta, ha coinvolto anche loro. Mentre scrivo, ho chiaro in mente il volto di ognuno, i loro nomi, il tono della voce, il ritmo del respiro e le loro storie, la fragilità che drammaticamente si intreccia con il dramma che non puoi governare.
Elena con il suo dolore nel cuore, Alberto che trova in lei la forza per non arrendersi, Cinzia sopra le macerie che cerca di salvare il salvabile e sua figlia che salva lei, rigenerando chi l’ha generata.
Voglio ricordare tutti quelli che soffrono ancora perché si sono sentiti inadeguati, quelli che hanno affrontato la durezza delle macerie e la drammatica compostezza dei sopravvissuti, voglio ricordare chi mi ha chiesto aiuto e chi non ho potuto aiutare.
Voglio ricordare i soccorritori indolenziti e stanchi l’indomani delle ore più pesanti, chi non ha più il proprio passato, i propri ricordi, la propria storia, chi porta una croce e nonostante ciò rimane gentile con chi soffre, chi ha saputo prestare aiuto e soccorso nonostante il vuoto dentro e la solitudine, chi ha trattenuto il fiato, chi non si è sottratto allo sguardo di chi in fondo agli occhi non aveva più nulla.
Non siamo riusciti a domare la forza di questa terra impazzita. Ma abbiamo fatto di più. La solidarietà che nessuna forza può sgretolare.
Al personale del 118 di Ancona, Ascoli Piceno e Macerata e a tutti quelli che non ho ascoltato.
Con il cuore.
Giorgia Cannizzaro (psicologa dell’emergenza

 

RACCONTO CINZIA FIORI
Ore 3.40 del 24 Agosto.
Dovevo partire, ero io l’infermiera di prima uscita nell’equipaggio di soccorso avanzato.
Mentre mi avvio verso l’ambulanza cerco di richiamare al telefono mia figlia sola a casa, ci avevo provato poco prima, ma le linee erano interrotte. Ancora niente, ma dopo alcuni secondi mi richiama lei, sospiro di sollievo, mi assicura che va tutto bene, le dico quello che è successo e dove sto andando e che forse non ci sentiremo per un po’ di tempo. Mi dice “mamma nei limiti del possibile mandami uno squillo ogni tanto così so che stai bene.” Rispondo “ok mamma, un bacio….”.
Ci stiamo dirigendo verso Pescara del Tronto e dalle prime macerie ci rendiamo conto della drammaticità dell’accaduto. Non parliamo più, ognuno di noi si prepara psicologicamente in silenzio a quello che dovremo affrontare. Scendiamo dal mezzo di soccorso, fumo, silenzio, buio, odore di gas, cavi dell’alta tensione che scintillano a terra, le prime urla nella polvere.
La prima casa che incontriamo è crollata, ci sono due corpi senza vita sotto le macerie, due
ragazzine…..le copriamo.
Sotto un tetto crollato qualcuno grida aiuto, è un ragazzo, lo raggiungiamo, lo stabilizziamo, mentre i vigili del fuoco gli liberano le gambe, è stato facile, è vivo, proseguiamo, dalle macerie molte voci, molti lamenti, non ricordo quante persone abbiamo recuperato vive, ma ogni volta era una vittoria sulla morte, non ricordo quanti baci ho dato ed ho ricevuto da quelle persone che rivedevano la luce del sole dopo ore interminabili di terrore ed oscurità.
E’ già quasi mezzogiorno, non abbiamo acqua da bere, apro qualche flebo di glucosio per
dissetarci, un sorsetto a testa, i liquidi servono a ben altro….
Sotto i nostri piedi sentiamo una flebile voce, dobbiamo scavare. Un ragazzo ci dice di essere il fratello della persona sotto le macerie, lo guardo e lo riconosco, è un mio amico di infanzia, nonostante tutti i nostri sforzi suo fratello Giulio non ce la farà.
Dodici ore che sono lì, arrancando tra le macerie raggiungo la sommità del paese, quanta gente, quante divise. Ero scesa che non c’era quasi nessuno, bianca di polvere mi avvio verso il campo base e i miei occhi vedono la cosa più bella che potevano mai vedere, mia figlia. Mi viene incontro, mi ha portato cose da bere e da mangiare, la abbraccio, piango di un pianto liberatorio, la rimprovero per essere venuta lì in un posto non sicuro.
Splendida mia figlia, io ce l’ho lì davanti a me bella e sorridente diversamente da tante mamme che lì dovranno piangere i loro figli. Mi risponde che sapeva che avevo bisogno di lei. Del resto lo so che è testarda e coraggiosa, vuole diventare un vigile del fuoco.
Cinzia Fiori (Infermiera Centrale Operativa 118 Piceno Soccorso

 

SEMBRAVA UN TURNO COME TUTTI GLI ALTRI
Sembrava un turno come tutti gli altri quello della notte del 24 Agosto nella centrale Operativa 118 Piceno Soccorso.
Un inizio turno piuttosto tranquillo, poche richieste di soccorso e nessuno poteva ovviamente immaginare ciò che sarebbe successo da lì a poche ore.
Alle 3.36 un forte boato squarcia il silenzio della notte e tutto inizia a tremare, ci guardiamo increduli, nessuno riesce a proferire parola. Passano pochi secondi ed iniziano ad arrivare un enorme numero di chiamate alle quali riusciamo a rispondere con difficoltà.
Sono proprio io a rispondere alla prima richiesta di soccorso. Dall’altra parte del telefono un ragazzo con voce disperata dice “venite, Pescara del Tronto è crollata completamente e ci sono persone sotto le macerie ovunque”. Sono passati solo un paio di minuti da quella tremenda scossa ed ora tutto si fa più chiaro. Questa volta il terremoto ha colpito noi, i nostri territori.
Provo ad esorcizzare la paura cercando di convincermi che è impossibile che sia crollato un intero paese. Ma ci pensa Riccardo, l’autista della postazione di Acquasanta appena giunto sul posto, a riportarmi nella drammatica realtà. “Un uomo ci ha appena portato suo figlio dentro all’ambulanza, non respira, iniziamo le manovre rianimatorie” mi dice. E’ tutto inutile. Si chiamava Giordano quel piccolo paziente, aveva quattro anni e per noi era la prima vittima del sisma.
I messaggi dei miei cari che mi rassicurano sul loro stato di salute mi ridanno forza, ma ad un metro da me, la mia collega Elena, non può dirsi altrettanto fortunata. Lei che abita a Trisungo di Arquata del Tronto, una delle zone colpite, ha appena appreso che la sua casa è seriamente danneggiata, che i suoi familiari grazie a Dio stanno bene e che forse lei si è salvata proprio perché a lavoro, in quanto la sua camera da letto è praticamente distrutta. Non gliel’ho mai detto dopo quella notte, ma è stata proprio lei a darmi la forza di andare avanti. Ho pensato più volte che se riusciva lei, colpita personalmente da quell’evento, a continuare a gestire l’emergenza con tanta professionalità e determinazione, a maggior ragione dovevo farcela anch’io.
Inizia ormai ad albeggiare sopra la centrale operativa, nessuno di noi viene sfiorato dall’idea di abbandonare il posto di lavoro per tornare a casa. La stanchezza è tanta, ma sappiamo che c’è ancora bisogno di tutti noi.
Sembrava un turno come tutti gli altri quel 24 Agosto ed invece quella notte resterà per sempre nella mente di tutti noi operatori della Centrale 118 di Ascoli Piceno.
Dedicato a tutti coloro che a causa del sisma hanno perso la vita, ai miei colleghi ed a tutti gli operatori sanitari che quella notte hanno combattuto con me contro la morte.
Alberto Ferranti (Infermiere Centrale Operativa 118 Piceno Soccorso)

 

SONO UN PADRE ANCHE IO
Pronto…che succede…non ho sentito niente…
Sono state le prime parole che ho pronunciato la notte del 24 Agosto al collega della centrale che mi stava attivando per rientrare in servizio.
Mi avvio verso i luoghi del sisma…non so come reagirò penso tra me e me. Sono arrivato al servizio 118 dopo una lunga esperienza di sala operatoria dove vivi l’emergenza attraverso un campo operatorio. Quello che mi preoccupava della nuova esperienza al 118 era proprio il dover lavorare in posti dove il fattore umano e famigliare ti coinvolge maggiormente.
Ed è proprio questo fattore che quella notte ha fatto emergere una parte di me che non conoscevo….e si…è andata proprio così
Arrivo a Pescara del Tronto…distruzione, odore di polvere, macerie…tante macerie.
Pensavo di aver visto abbastanza, quando lungo una delle poche vie rimaste ancora aperte tra cadaveri appena estratti, vedo arrivare da lontano un uomo con aria disperata che chiamava la figlia per nome, chiedeva a tutti coloro che incrociava se qualcuno l’avesse vista. Nessuno poteva conoscerla purtroppo, ma prima che qualcuno potesse aiutarlo si avvicina a me. Avevo appena appoggiato a terra un corpo estratto dalle macerie, aveva riconosciuto gli indumenti. Si inginocchia, scopre il volto, scoppia a piangere, mi guarda, si rialza, mi abbraccia…
Io rimango immobile, poi lo abbraccio anche io. Lui cerca di dirmi qualcosa, ma io lo anticipo : “sono un padre anche io”.
Non posso non identificarmi in quel padre che magari la sera prima si era sentito con la figlia, aveva forse discusso con lei oppure le aveva sorriso e fatto progetti per il futuro ed invece ora si ritrova catapultato in un incubo dove il suo paese natale si trasforma in un mostro e cancella in pochi attimi tutti i ricordi e ciò che un uomo ha più di prezioso al mondo : un figlio.
Ebbene questa scena, questo momento in cui un padre ha di fronte a se il corpo della figlia morta, in una situazione del genere talmente assurda e difficile da accettare…sarà difficile da dimenticare.
Luigi Coccia (Infermiere Centrale Operativa 118 Piceno Soccorso